Ottimi appunti di economia del pensiero dal lavoro analitico.
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Ottimi appunti di economia del pensiero dal lavoro analitico.
Cinque questioni aperte da Jacques Lacan.

Cinque questioni aperte da Jacques Lacan: che verosimilmente Freud avrebbe apprezzato dal paziente ed allievo, e che gradualmente venivano alla luce attraverso i ‘Séminaires’.
‘Jacques Lacan. Scritti’ (Vol. I e II - Giulio Einaudi editore SpA, 1974 e 2002) curato da Giacomo B. Contri, che fu analizzando di Jacques Lacan e allievo e psicoanalista egli stesso, offre l’unica traduzione autorizzata in italiano degli ‘Écrits’ di Lacan (1966), con i ‘Séminaires’ dal 1955 al 1966.
Giacomo B. Contri ha assunto la scoperta di Freud di pulsione e rimozione, arrivando ad ipotizzare l’umano come giuridico moto-a-meta (‘Il pensiero di natura. Dalla psicoanalisi al pensiero giuridico’, Giacomo B. Contri - SIC Edizioni 1994 e 1998), dove la competenza individuale – il lemma ‘lavoro’, cioè - collega inscindibilmente l’economico al giuridico: Freud arrivò ad abbozzare l’economico indicandolo a fondamento della psicoanalisi.
La legge di moto dunque è il pensiero individuale, di cui l’inconscio è forma non minore, istanza che la coscienza arresta ma di cui deve tener conto: matura fin dalla nascita, e disponibile all’individuo da quel momento in poi.
Questo saggio ripropone gli interrogativi di Lacan sulla competenza individuale fondante la psicoanalisi.
E' la prima pubblicazione di TutorSalus.net / registrazione UE n°2020/032.
Marina Bilotta Membretti, Cernusco sul Naviglio - 23 aprile 2026
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Fra nevrosi ossessiva e psicosi.

“Metto a confronto ‘ricompensa’ con ‘soddisfazione’: Freud ha chiamato ‘pulsione’ – che altro non vuol dire se non ‘pensiero’ – quell’agenzia legale che promuove ognuno di noi e consiglia cosa fare… Faccio coincidere la ‘non nocenza’ di un atto con un lavoro che non riconosce la ‘ricompensa’ ma riconosce la ‘soddisfazione’, e questo vuol dire tornare al pensiero che risulta ‘soddisfatto’ e può così ricominciare a ‘desiderare’, è la ‘pulsione’.” (Cit. dalla Prolusione di Giacomo B. Contri - 26 ottobre 2019 al Simposio ‘Potere e innocenza’ 2019 - 2020 organizzato da ‘Società Amici del Pensiero Sigmund Freud’, Milano.)
Avviciniamoci a ‘ricompensa’, apparentemente innocua, e di cui la psicosi si foraggia avidamente: jouissance senza direzione che inganna e devia alla pigrizia – sempre secondaria - della psicosi.
Fra nevrosi ossessiva, che ancora ammette ‘lavoro’ e psicosi, che lo simula, c’è un tratto breve, rapidissimo ma mai automatico.
E’ a questo bivio che il lavoro analitico trova riparo, seppur fragile, minacciato.
Marina Bilotta Membretti, Cernusco sul Naviglio 8 aprile 2026
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‘La grazia’[1], di Paolo Sorrentino[2].

In foto: screenshot condiviso dal trailer del film ‘La Grazia’, di Paolo Sorrentino.
E’ nel risveglio dal sogno notturno che ci accorgiamo di avere il diritto di raccogliere quel sogno, perché sta tutto in piedi: e sarebbe ogni volta un buon inizio.
Paolo Sorrentino, ad ascoltarlo, cede alla malinconia: per chi rifugge l’arroganza comune, e forse ha dovuto scontarne la pena, è una difesa abbastanza ordinaria, ma inefficace. Il sogno, per quanto possa essere forte e persino tridimensionale, non è mai arrogante: si affievolisce facilmente, e lo sappiamo, ma il suo messaggio resta inciso nella mente, come il progetto di una scultura.
Mariano De Santis “non sogna mai, ma gli piacerebbe molto…”: non ha il coraggio di ammettere che non vede l’ora di passare a Senatore a vita, successione prevista automaticamente[3] per chi è stato Presidente della Repubblica, istituzione garante della Costituzione con poteri posti al vertice di quelli - legislativo, esecutivo e della difesa, giudiziario[4] - del governare: una responsabilità che altri affronterebbero con la gaia spensieratezza dell’ottusità, ma che al protagonista richiede quella quotidiana "diligenza del buon padre di famiglia"[5] che piega e mette al lavoro. Niente affatto, soprattutto, una questione di genere.
“Di chi sono i nostri giorni ?” gli chiede spesso la figlia: ma all’uomo scolpito da Paolo Sorrentino, la retorica non piace, a differenza del sogno notturno. Invece, da dove partire ? Buona domanda.
E l’uomo trova un coraggio, che sa essere insostituibile, al diritto: anzi una grazia.
Marina Bilotta Membretti, Cernusco sul Naviglio 12 marzo 2026
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[1] Presentato come film d’apertura alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia 2025, ‘La grazia’ è stato diretto e co-prodotto da Paolo Sorrentino.
[2] Paolo Sorrentino (1970) è regista, sceneggiatore, scrittore e produttore cinematografico: ‘Le conseguenze dell’amore’ (2004); ‘Il divo’ (2008) che ha ricevuto il Premio della giuria al Festival di Cannes; ‘La grande bellezza’ (2013), Premio Oscar e Golden Globe come miglior film straniero, quattro European Film Awards; ‘Loro’ (2018); ‘E’ stata la mano di Dio’ (2021); ‘La grazia’ (2025) sono tra i suoi lavori più significativi. Nel 2010 ha pubblicato il suo primo romanzo ‘Hanno tutti ragione’ e nel 2015 ha ricevuto la laurea honoris causa in Filologia Moderna dall’Università Federico II di Napoli
[3] Art. 59 comma 1, Costituzione della Repubblica Italiana.
[4] Art. 87 soprattutto, Costituzione della Repubblica Italiana.
[5] Art. 1176 del Codice civile.
Astrid Lindgren ed il primogenito Lars.
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In foto: un angolo di Fjällbacka nel sud della Svezia, avamposto del bellissimo arcipelago delle ‘Isole del Tempo’ ( o ‘Isole meteorologiche’) e dominato dal monte Vetteberget, che fin dall’epoca glaciale è rimasto diviso in due speroni, uno dei quali - in onore del racconto ‘Ronja figlia del brigante’ della scrittrice Astrid Lindgren - è soprannominato ‘Il collo del lupo’.
Libri per lavorare/ 9.
Anche un breve, isolato, racconto è stato scritto da Astrid Lindgren[1], e riguarda il periodo forse più buio della sua vita. ‘Mio, piccolo mio’[2] è la narrazione di una mancanza presupposta – la Teoria di una mancanza, cioè – ma come tale immersa nel dolore del senso di colpa, che non ha mai colpa: eppure teme la verità.
Entrando in qualche modo - e standovici stretta dall’atroce, indicibile sentimento - l’autrice fa pronunciare al personaggio-bambino ciò che è la sua immaginazione angosciata a suggerirle dal posto di giovane madre single ai primi del ‘900 in un paese piccino piccino della Svezia matriarcale.
Astrid aveva vissuto in famiglia un’infanzia che lei stessa definì ‘spensierata’, volutamente lontana dalla realtà della guerra in corso, così come i genitori avevano desiderato: dovette accorgersi rudemente dell’inganno quando, trovandosi gravida di un bambino che il benestante padre non avrebbe riconosciuto, decise di trasferirsi a Copenhagen, per affrontare nella dignitosa città quella nascita che i compaesani le avevano reso difficile. E a Copenhagen la giovane madre aveva saputo farsi una buona amica, collega del nuovo impiego in biblioteca, coetanea e sposata : con un bambino appena più grande del piccolo Lars, e avrebbero accolto con favore il bambino di Astrid fin quando lei avesse trovato un po’ di pace e di benessere. Forse difficile ammetterlo, ma il ‘piccolo’ Lars si trovava benissimo in quei primi anni di vita nella nuova famiglia, con un fratellino quasi gemello, due mamme, ed un affezionato papà.
Fu la coscienza, allora, a mettercisi di mezzo : perché Astrid non smetteva di sognare ‘le-nom-du-père’[3] per il ‘suo’ Lars – ed anche secondo la Legge della sua madre patria, civilissima e inflessibile.
E quando Astrid incontrò l’uomo che avrebbe sinceramente sposato, e che con favore avrebbe accolto un figlio già nato, Lars invece soffrì moltissimo per quel trasferimento coatto, ingiusto e irragionevole, da cui non si riprese nemmeno da adulto. Perché non allargare convenientemente quella famiglia asimmetrica che andava a gonfie vele, ma che ora gli stessi adulti di prima - finora intelligenti - cercavano d’un tratto, e goffamente, di sminuire ?
Ma la voce di Lars non arrivò altrettanto forte agli adulti né, forse, egli stesso la cercò oltre: ed anzi, proteso in quella ‘mancanza’ che non lascia scampo, si occupò perfino di tutelare i diritti editoriali della madre.[4]
Marina Bilotta Membretti, Cernusco sul Naviglio 13 febbraio 2026
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[1] Astrid Lindgren (1907 - 2002), nacque a Vimmerby, nella Svezia meridionale, e trascorse la sua infanzia nella fattoria di famiglia, in un clima affettivo sereno e ‘spensierato’ – come la stessa Astrid lo definì nella sua maturità. Cominciò giovanissima a lavorare come correttrice di bozze, e poi per il giornale locale: a diciott’anni si accorse di aspettare un figlio, ma il padre che era anche suo datore di lavoro non volle riconoscerlo e Astrid si trasferì a Copenhagen dove nel 1926 nacque il suo primogenito Lars che potè affidare alla famiglia dell’amica Elsa, sposata e già madre di un bambino, mentre lei lavorava in città. Superate le difficoltà economiche del trasferimento, nel 1931 Astrid sposò il collega Sture Lindgren che diede il suo cognome a Lars. Nel 1934 nacque Karin, e fu nel prendersi cura di lei che Astrid inventò quelle avventure della bambina ‘Pippi Calzelunghe’, pubblicate a partire dal 1945, che con successo furono poi tradotte in moltissime lingue, ed anche trasposte in serie televisive, mentre Astrid continuava a lavorare nella editoria per l’infanzia, cimentandosi anche con i ‘gialli’. Fu insignita di molte onorificenze e premi: il Premio Hans Christian Andersen (1958), il Lewis Carrol Shef Award (1973), l’International Book Award dell’UNESCO (1993), il Right Livelihood Award (paragonato al Premio Nobel per la letteratura dell’infanzia, 1997). Nel 1997 fu anche nominata personaggio svedese dell’anno.
[2] Scritto nel 1954 quando il figlio Lars era ormai adulto e Astrid Lindgren negli anni forse più produttivi della sua carriera, ‘Mio, piccolo mio’ resta un racconto unico e singolare fra le opere della scrittrice, sia per il tema così direttamente biografico che coinvolge Lars e Astrid, sia per lo stile malinconico che non le era affatto congeniale/ Titolo originale ‘Mio, min mio’/ 2025 Adriano Salani Editore s.u.r.l., traduzione Alessandro Storti, illustrazioni Johan Egerkrans.
[3] Anticipato da 'Lo stadio dello specchio come formatore della funzione dell'io' ('Comunicazione al XVI Congresso internazionale di psicoanalisi' - Zurigo, 17 luglio 1949) e poi dalla Lezione 'La lettera rubata' del 26 aprile 1955 ('Jacques Lacan. Scritti', Vol I, a cura di Giacomo B. Contri - Giulio Einaudi SpA 1974 e 2002) all'interno del Seminario Libro II di J. Lacan 1954 1955, l'espressione 'Le Nom-Du-Père' fu introdotta per la prima volta da J. Lacan il 15 gennaio 1958 nel Seminario Libro V 'Le formazioni dell'inconscio' (trad. ital. Antonio di Ciaccia e Maria Bolgiani, Giulio Einaudi editore SpA - 2004).
[4] Lars Lindgren (1926-1986) aveva studiato per diventare ingegnere: ma dal 1968 al 1986 Lars si occupò della società ‘Tre Lindgren AB’ che gestiva i diritti editoriali di Astrid Lindgren.